L'abisso di Lamar

GIGI: relazione

Soltanto ora che è tornata in me un briciolo di lucidità posso provare a ricostruire il ricordo dell' abisso di Lamar, un mostro della natura dalle mille gole che ci ha inghiottiti venerdì scorso (10 febbraio), e dal quale siamo affannosamente evasi dopo averne esplorato per 13 ore le profonde viscere.

Lo sgangherato gruppo di incauti speleologi era composto da sette unità, ovvero "jnn" Carboni, Teo "il Presidente", "Milord-Mariano", Savorelli "il gatto e la volpe", "Collina", Fabione e chi vi scrive.
Già dalla composizione della comitiva si intuiva che non poteva uscirne nulla di buono, e dobbiamo ringraziare il Dio delle Grotte per aver sopportato la nostra blasfema presenza fatta di improperi, grida, risate e di tutti quei rumori prodotti tipicamente da chi non è padrone dei propri orifizi corporei.

Oltre all'assoluta mancanza di stile, già in partenza ci siamo macchiati di un terribile peccato di presunzione: la volontà di toccare i due fondi dell'Abisso, ovvero il pozzo Frastuono e il pozzo Unicum.

Jnn ha rivestito il gravoso ruolo di guida, e su di lui si sono riversate ben presto tutte le ingrate lamentele della combriccola, che fin dalle prime difficoltà si è trasformata in una sottospecie di scolaresca elementare piagnucolosa e isterica.
Sicuramente a lui va il primo attestato di merito.

Il secondo attestato di merito va a Collina, il punching ball preferito del gruppo speleo. Una persona di intelligenza media, preparando il sacco in vista di una esplorazione così faticosa, avrà senz'altro cura di prendere con sè lo stretto necessario per mantenere il peso del sacco entro limiti ragionevoli. Ebbene, o il nostro amato punching ball è completamente rincoglionito oppure considera strettamente necessarie cose come le scatolette di Simmenthal, alici sott'olio, barattoli di olive, mezzo chilo di formaggio, frutta assortita e altri generi alimentari caratterizzati da una digeribilità pari a zero e da un peso specifico enorme.
L'attestato di merito non è tanto per la scelta del contenuto del sacco quanto per la ferrea volontà di non abbandonarlo in qualche remoto recesso ipogeo e di riportarlo (praticamente senza intaccarne il contenuto) in superficie.

Il terzo attestato di merito va a quell'essere che noi speleo di Forlì chiamiamo Presidente, il quale si è presentato all'appuntamento con una preparazione atletica olimpica, che lo ha portato a danzare leggiadramente sulle corde tese sopra i numerosi abissi affrontati, suscitando le invidie dei compagni schiumanti di fatica.
Censurabili e irriferibili le frasi del Savorelli dirette al Presidente, che rimbombavano tra le pareti del Lamar come petardi scoppiati in chiesa.

Il quarto e ultimo attestato di merito lo dedico a chi ha armato la grotta: ora ho le prove certe dell'esistenza degli extraterrestri.

La fatica è stata veramente esagerata (parlo per le persone normali, veramente poche all'interno del gruppo) e il dislivello effettivo superato si è attestato attorno ai 400 metri.
Da un punto di vista tecnico il Lamar è senz'altro il Luna Park della speleologia. C'è veramente di tutto, e alcuni passaggi se non fossero sospesi ad altezze terrificanti potrebbero essere classificati anche "divertenti".

Incredibile anche il tracciato che la natura ha scavato all'interno della montagna: un dedalo impressionante di pozzi che si alternano, incrociano e a volte scendono paralleli. Senza una carta o qualcuno che conosca bene la grotta sarebbe facilissima se non garantita la possibilità di perdersi, con la terribile eventualità di dover scendere e risalire senza criterio centinaia di metri di corda... brrrrrr... (ndr: essendo Michele "Gigi" e non Teo "il Presidente" ad esprimersi, trattasi di innocuo brivido...).

In conclusione voglio elencare le indimenticabili meraviglie che si celano in quelle profondità: la parte bassa del pozzo Niagara, dove un fiume erompe dalle pareti per poi subito inabissarsi tra le rocce, le prodigiose concrezioni del pozzo Bianco e del pozzo Unicum, le acque cristalline degli inquietanti sifoni alla base di quest'ultimo; tutte immagini che conserverò gelosamente, magari epurandole delle brutte facce delle persone che mi hanno accompagnato.

JNN: notizie pratiche e descrizione dell'itinerario

L'abisso di Lamar è una grotta strepitosa per chi ama restare sempre appeso a corde, per chi si trova a proprio agio col vuoto sotto, sopra, col nulla a fianco, il buio ovunque, ma è un vero e proprio incubo per chi a causa della poca esperienza o della naturale predisposizione a dubitare non riesce a fidarsi ciecamente di spit, corde, nodi, attrezzi.

Attualmente è in gran parte armato e lo rimarrà fino agli ultimi giorni di marzo; per informazioni aggiornate e precise conviene contattare Walter Bronzetti.
In ogni caso occorre non sottovalutare due particolari: la grotta è abbastanza fredda, a tratti bagnata (può diventarlo molto se cambiano le condizioni esterne di temperatura) e le attese sotto i numerosi pozzi a tiro unico sono mediamente lunghe, quindi è consigliabile coprirsi bene (io ho usato una maglietta tecnica, un pile e una calzamaglia leggeri, il sottotuta pesante, calzettoni, berretto di lana ed un paio di volte il telo termico, ma eravamo in 7 ed in fondo a Niagara, Unicum e Bianco alcuni di noi ci sono rimasti parecchio); la grotta costringe a passaggi tecnicamente complessi (traversi, pendoli, armi esposti) che capita di affrontare in totale solitudine, belli, emozionanti, ma non adatti a speleo alle prime armi o poco predisposti alle evoluzioni aeree.

Avvicinamento: si parcheggia nei pressi del rifugio in riva al secondo dei laghi di Lamar, dove termina la strada che sale da Terlago; seguendo un sentierino si rasenta a destra lo specchio d'acqua fino a raggiungere la sponda opposta. Qualche minuto di cammino, poi occorre affrontare un ripido pendio (se c'è ghiaccio è consigliabile predisporre una corda da 40m sfruttando alberi e piastrine presenti per facilitare la discesa al ritorno): l'ingresso si trova una ventina di metri più in alto.

Noi abbiamo toccato tutti i punti in cui le centinaia di metri di corda sistemate nei pozzi permettono di arrivare:

- ingresso: P7; meandro superiore: P4, P4; è bello, sinuoso, alto, a tratti imponente... quasi trascurabile rispetto a ciò che ci attende;

- appena prima del pozzo Trieste, nei pressi del moncone che resta del vecchio verricello: R6, poi incredibile meandro (in sicura) con sotto il nulla, in pratica un crepo sul tetto del grande pozzo che permette di raggiungerne il centro;

- strepitosa calata di almeno 80 metri fino ad un terrazzo spazioso: la corda a destra (guardando la parete appena affrontata) porterebbe verso il pozzo Unicum, ma noi optiamo per scendere a sinistra (via del Mattino) per almeno altri 60 metri mirando la comoda base detritica del pozzo Trieste;

- qui ignoriamo un grande pozzo dall'aspetto franoso (non armato) e superiamo l'angusto collegamento Bim Bum Bam (immagino come sia stato creato!), aldilà del quale c'è un salto di 20 metri circa (a 2/3 dell'altezza si nota una corda che sale a sinistra e che utilizzeremo poi);

- raggiunta la base lasciamo il materiale non necessario (ripasseremo da qui), quindi ci caliamo nel pozzetto a gradoni, inizialmente stretto e bagnato, scomodo, che porta allo spettacolare pozzo Niagara, una bellissima verticale a tiro unico di almeno 50 metri, con grandi colate ed una rumorosa cascata a due passi dal fondo la cui gelida acqua dal nulla arriva e nel nulla scompare (in realtà scendendo il successivo pozzo Frastuono vi assicuro che si capisce dove va a finire... una nota su quest'ultimo: piuttosto distante dal suolo si incontra uno spit inquietante, vecchio quasi quanto me ed altrettanto malandato, in grado se cede, e lo farà prima o poi, di offrire un signor volo misurabile in metri... OCCHIO!);

- in successione: risalito il Frastuono (P40) trattenendo il respiro, lunga attesa alla base e risalito il Niagara (P50), risalito il pozzetto (P10), altra attesa, risalito il pozzo verso il collegamento Bim Bum Bam deviando però a sinistra (terrazzino e corda) prima della strettoia e proseguendo in un camino inclinato (in tutto più o meno 30 metri), risalito il successivo P20 fino a quando stringe e sbuca in un vertiginoso poggiolo, un vero e proprio nido d'aquila. La corda che da questo sale supera il pozzo Gradoni portando al terrazzo da cui parte la via del Mattino, già incontrato dopo l'iniziale calata di 80 metri, mentre quella che scende, la "nostra", si perde nel buio del pozzo Silvana ai cui piedi troviamo un altro pianoro sospeso;

- questa volta possiamo permetterci un breve consulto (in 7, stretti, legati, ci si sta... d'altronde è da quasi 3 ore che la testa, metaforicamente parlando, del plotoncino non incontra la coda!): una corda in salita appoggiata alla roccia conduce pigramente verso l'esterno, lontano, mentre quella che in parte attraversa la parete mantenendo la quota, quindi con decisione scende, invita al secondo fondo, ai sifoni dell'Unicum... 4 vogliono uscire, 2 sono indecisi, 1 proseguirebbe verso il basso...;

- superiamo un paio di pozzetti, in tutto una quindicina di metri, ed il laghetto alla base del secondo, quindi ci caliamo nel bellissimo pozzo Unicum (25-30 metri) fino alla cengetta che collega i due rami inferiori, e più sotto ad un incredibile terrazzino sospeso su uno dei sifoni: luogo splendido, magico, forse il più emozionante, ed inquietante, della grotta, certamente uno dei più affascinanti che io abbia mai visto ad una tale profondità;

- risaliamo al pianerottolo del consulto e prendiamo la corda a destra (guardandole entrambe): questo salto ci fa guadagnare almeno 25 metri di quota e ci porta alla Fricca, un meandrino orizzontale che in breve si apre in una grande sala inclinata;

- ci teniamo a sinistra, superiamo un tratto semplice, ma più stretto e scomodo, ed arriviamo alla base del pozzo Bianco: questo è un bellissimo P40 a tiro unico (scarica... ATTENZIONE!) che costringe chi chiude la fila ad una lunga e piuttosto fresca attesa;

- la successione di passaggi acrobatici che ci aspetta sopra è strepitosa (la via si chiama Direttissima 127): saltino, traversino a destra, micidiale traverso sul pozzo Fango (un paio di anni fa non c'erano i pioli metallici per i piedi e ci si poteva solo appendere a peso morto grattugiando orribilmente le corde in una spigolo roccioso), vertiginosa finestra, lungo pendolo controllato per raggiungere il centro di un pozzo immenso, ad altezza impossibile da valutare (la parete più vicina è ad un paio di metri, le altre, il tetto, la base... non lo so... forse non ci sono... ma chi è il MAGO che ha sistemato queste corde?), risalita di almeno 25 metri, quasi un volo nel nulla, nuovo pendolo (recuperando il cordino teso per lo scopo: OCCHIO a non salire troppo!) per raggiungere una seconda, incredibile finestra (la Bocca del Pendolo) che collega due baratri senza fondo, questo da cui stiamo arrivando ed un altro, enorme, che risulterà essere il pozzo Trieste, perchè pare assurdo, ma dopo tanto veleggiare, tanto girovagare sospesi in luoghi tanto diversi, siamo tornati quasi al punto di partenza, sul lato opposto della grande verticale attorno a cui si sviluppa l'intera grotta (con un poco di attenzione, infatti, scorgiamo lungo la parete lontana la corda utilizzata per la discesa di 11 ore prima);

- ancora un traverso ubriacante (è impossibile sbagliare strada perchè la indicano le corde... da non so quando si viaggia costantemente legati!), 20 metri di salita, il grande meandro superiore con i 3 pozzetti e siamo fuori... a -8°C!

jnn - Michele L
Foto jnn