La Spluga della Preta, con il "GAM" di Verona

JNN: introduzione e descrizione dell'itinerario

"Queste poche righe sono un'introduzione, che reputo necessaria visto la peculiarità dell'esperienza fatta, alla relazione preparata da Maio.

La Preta è una grotta strepitosa dove non hai ancora fatto un paio di metri in orizzontale che già ne hai percorsi 130 in verticale. La Preta è un mito, è l'abisso che da 80 anni può essere considerato un fulcro della speleologia mondiale.
Là dentro hanno esplorato personaggi famosi di varie nazionalità, innumerevoli spedizioni, generazioni di viaggiatori ipogei con canaponi, scale di corda e legno, scalette metalliche ed ora bloccanti su tecnologiche funi. Là dentro due decenni fa l'Operazione Corno d'Aquilio portò gli speleologi di oltre 20 gruppi italiani a collaborare nell'esecuzione di un'utopia divenuta progetto, centinaia di persone che insieme studiarono, armarono, rilevarono, fotografarono, confrontarono, scoprirono, pulirono e recuperarono le tonnellate di residui abbandonati nei 60 anni precedenti.
Là dentro Francesco Sauro, Giorgio Annichini ed i loro formidabili colleghi veneti stanno lavorando in questi mesi per girare un film che racconti la storia di quegli spazi vuoti tanto distanti dalla superficie, dal cielo aperto, che illustri le emozioni, le paure, l'entusiasmo di chi li percorre, la convinzione, la fatica, le speranze di chi li esplora.

Già l'idea di filmare in grotte difficili è singolare, stupisce, ma quella di farlo in queste condizioni, ad una simile profondità, percorrendo pozzi immensi e micidiali meandri stretti e contorti, infiniti quando ci si portano dietro sacchi pesanti ed attrezzature delicate - perchè a -600, a -700 e oltre arriveranno telecamere, batterie, fari e tutto quanto è necessario per allestire un campo capace di ospitare per vari giorni una decina di persone -, di farlo con l'elevata qualità alla quale i partecipanti mirano, presuppone una determinazione, una capacità logistica, una preparazione tecnico-fisica, soprattutto una tale voglia di rincorrere sogni da lasciarmi senza parole, senza aggettivi adatti a descrivere la mia ammirazione.

Bene, stiamo andando in Preta con questa gente!
Dobbiamo ringraziare i "vecchi" amici Monica, Francesca, Giorgio e Valeriano che ci hanno dato questa possibilità, e Francesco, che organizza il tutto, Alessandro, l'acrobatico regista, e gli altri fortissimi speleologi del GSP, del GAM, dell'USV, del GSV e del GSM, dei quali non ricordo, ma spero di imparare presto in altre occasioni d'incontro, i nomi... memoria precaria a causa dell'emozione, della fatica, della mia età, è vero, ma anche del loro mattutino grappino alla prugna... e poi eravamo in 21 là sotto!

Il sito www.splugadellapreta.it sta crescendo ed ha posto le basi per diventare un piacevole strumento indispensabile a chi vuole conoscere questa incredibile porzione di mondo ipogeo, si tratti di speleologi o semplicemente di curiosi; vi si può inoltre seguire, alla voce "news", l'evoluzione del progetto cinematografico e l'avanzamento dei lavori.

Brevissima descrizione dell'itinerario percorso nel ramo Principale (fino alla sala Paradiso):

pozzo Cesare Battisti (P131, dei quali almeno 110 nel vuoto, ineguagliabile, indescrivibile, bisognerebbe semplicemente chiamarlo "il Pozzo"!), traverso attrezzato per evitare di piombare nel pozzo X e saltino (P5, scivoloso);

breve meandro (ignorare la stretta imboccatura del pozzo che porta alla via dell'X), pozzo della Marmitta (P7) e saltino (P6) che permette di raggiungere il terrazzo sopra... il nulla!

pozzo Cabianca (P108, maestoso), saltino (P5) e pozzo (P13); in pratica siamo dentro da... adesso, e già ci troviamo a -270!

meandro, a tratti stretto e faticoso, pozzo (P10), sala Spugne (piccola), ancora meandro e deviazione alla targa 7, ben evidente, del rilievo: quello giusto è il bucanotto in basso a sinistra; se si prosegue diritto, percorso più ovvio, dopo una ventina di metri si finisce in una saletta che pare essere la base di un pozzo ed un trombone come me, non attento a dove sono andati gli altri perchè sta facendo fotografie, può solo tornare indietro cercando di attirare l'attenzione con flebili, educati, inutili richiami, poi con grida animalesche!

subito dopo il pertugio quasi rotondo: sala Cascata, saltino articolato (P7) e pozzo SUCAI (P88, elegante, terrazzato); ora il meandro diventa decisamente angusto e faticoso, fino alla sala Cargnel, a - 366;

breve meandro, pozzo (P10, disagevole, ma con moderazione!) e sala Paradiso, a -380."

MAIO: relazione

"E' da quando sono diventato uno speleo che sento parlare della Spluga della Preta, non passava mese senza che un giovedì venisse nominata e si promettesse di andarci qualche mese dopo.
Quando si raccontava della Preta sembrava di parlare di qualcosa di eccezionale, solo pochi membri dello speleo club vi erano andati, quasi 20 anni fa, per l'Operazione Corno d'Aquilio.
Voci incontrollate raccontavano che il "131 della speleologia" era un pozzo senza eguali, che era difficilissimo fare la "chiave" nel discensore prima di scendere perché pesavano troppo i metri di corda che piombavano nel vuoto. Si diceva anche che le luci del casco non riuscissero ad illuminare le pareti attorno da quanto l'antro fosse enorme.
Si parlava di ore per le risalite dei vari pozzi.

Sono passati due anni e quel momento tanto atteso è arrivato.
Gianluca mi chiama per dirmi della possibilità di andare in Preta, fra 10 giorni o la settimana dopo; il secondo weekend non posso... vada per il primo.
Ho dieci giorni di tempo per allenarmi; la paura è tanta, si parla di stare dentro almeno una decina di ore ad una temperatura piuttosto bassa (4 gradi circa).
Qualche giorno di corsa, un po' di pesi per essere sicuro di arrivare tonico a quelle profondità; cerco il necessario per il freddo, sottotuta in pile, maglia di pile da sci e maglietta da surf, quella che se la indossi senza essere a mollo ti crea una temperatura da sauna. Sono pronto!
Partiamo sabato mattina alle 5, puntualissimi, dalla sede dello Speleo, alle 8 siamo già al bar l'Ombra di Fosse (Vr) per il rendez vous; seconda colazione e attesa dei nostri accompagnatori che arriveranno alle 9.
Presentazione: loro sono quasi 15, Giorgio, Francesco, Francesca, Monica, Valeriano, Andrea... io sono sempre Gabriele, detto Maio!
In questi mesi stanno realizzando le riprese per un film sulla Preta; oggi puntano all'"88" (metri, il terzo dei pozzi importanti).
Su alla malga ci vestiamo. Siamo a 1465 metri, la giornata è splendida, soleggiata, tranquilla e noi due romagnoli invece di starcene tranquilli in Riviera stiamo per affrontare un "viaggio" sotterraneo impegnativo e faticoso.
Imparo che la Preta non è la grotta più profonda in Italia, piccola delusione che non mi toglie la paura; ha perso questo record da vari anni, ma è ancora quella che obbliga alla risalita più lunga in quanto le altre hanno ingressi più bassi che permettono di entrare ed uscire prima.

Ci siamo, davanti al mitico "131": si cala la prima squadra, quella che va ad armare il proseguo del pozzo. Ci sono 3 corde che scendono in parallelo: ci vuole così tanto tempo per tornare su che predisporne una sola significherebbe condannare a delle code impressionanti gli speleo che là sotto attendono di uscire.
Passano almeno 10 minuti e sentiamo il "libera": sono in fondo. Penso al tempo che hanno impiegato per scendere, e non oso convertirlo in tempo per la risalita!!
Giù la seconda squadra e l'angoscia cresce, noi siamo i prossimi.
Alcuni gracchi hanno nidificato poco dopo l'inghiottitoio; vederli fiondarsi in verticale nell'apertura del baratro ha qualcosa di sublime... beati loro che fanno così presto! Prima di entrarci però si fermano sopra, scrutano, e poi si calano in picchiata; mi chiedo se anche loro sentono il rispetto ed il timore che incute la Preta.
Il "libera" arriva dall'abisso.

Salutiamo chi rimane in coda dopo di noi; loro, speleo fortissimi e preparati, ci guardano e forse sorridono per le nostre facce bianche... non lo so, non riesco a ricordarlo.
Scendiamo, Gianluca, Giorgio il Veronese ed io, sempre in parallelo perché l'inghiottitoio scarica sassi e se qualcuno si trovasse più in basso potrebbe non gradire il loro arrivo!
Siamo al frazionamento, prima del vuoto assoluto; cerco il fondo, lo vedo quasi sospeso in una tenue nebbia di polvere, e faccio il paragone fra 115 metri in orizzontale ed in verticale... questi ultimi sono molti di più!!
Mi preparo per scendere e qui la seconda leggenda svanisce: la corda si riesce a tirarla su con relativa facilità... o i pesi dei giorni prima hanno contato qualcosa, o è stato il grappino di prugna delle 9.15 al bar.
La discesa non è così facile; nel sacco ho 2 litri di roba da bere, cioccolata e biscotti e soprattutto 3 micidiali budelli di carburo da lasciare nei punti concordati col capo-spedizione, ed invece di agganciarlo all'imbrago come ogni speleo esperto avrebbe fatto, l'ho lasciato sulle spalle.
Appeso a 115 metri d'altezza, col "macigno" sulla schiena che vuole assolutamente ribaltarmi, le gambe a squadra per tentare di equilibrare la rotazione e gli addominali che tirano, tento di scendere, ma non ce la faccio: nonostante abbia quasi lasciato la corda, il peso della corda è tale che l'attrito del discensore mi inchioda. In pratica significa che devo tirarla su, o meglio tirarmi giù... Maledizione! Non basta la fatica del ritorno, in questa grotta bisogna sudarsi anche la calata.
In quell'equilibrio precario comincio a recuperare la corda da sotto e spingerla letteralmente dentro al discensore; sto già sudando e non sono neanche a -40.
La luce del giorno si abbandona alla forza delle tenebre, il calore scompare e l'aria fresca entra piacevolmente nei polmoni. Passano i minuti e le pareti si allargano, gli occhi si abituano e possiamo guardarci in faccia.
C'è silenzio, ognuno a suo modo sta vivendo attimi di sensazioni estreme; la nostra vita è affidata ad una corda di 10 millimetri che ondeggia lentamente.
Finalmente la fatica della discesa scompare, la corda scorre tranquilla ed ora bisogna trattenerla per non volare giù. Ancora poco e siamo sul fondo; sembra di essere in un tratto di canyon sotterraneo, in una lunga ed enorme frattura.

Ci riprendiamo per l'emozione. Gianluca, che già anni addietro si era calato qua dentro, si sente come allora, e Giorgio, che addirittura entra per la decima volta, pare non esserci mai stato; capisco che non ci si può abituare a salti simili, e forse è più bello così.
Mi fermo, mi massaggio la pancia... altro che palestra, ho i muscoli che tirano tutti!
Giorgio deve aspettare gli altri; proseguiremo con Monica, Francesca e Valeriano.
Ripartiamo per affrontare alcuni "saltini", 5, 8, 10 metri, in pratica i pozzi delle nostre grotte, ma qui tutto ha un'altra dimensione e molte di tali grotte potrebbero senza problemi essere interamente contenute già in quel primo incredibile pozzo!
Arriviamo al "108" che ci porterà quasi a -270; sono bastati due tiri di corda per raggiungere il mio precedente record di profondità, quello dell'abisso di Lamar.
Questo salto è appoggiato, pieno di frazionamenti; per guadagnare tempo hanno sistemato due corde anche qui. Siamo veloci ed è un susseguirsi di "libera" piuttosto confuso tra chi ci precede e chi ci segue. Stavolta il sacco lo appendo all'imbrago e va molto meglio.
Poi un'amara sorpresa: distanze e verticali sono moltiplicate per 10 rispetto alle nostre, ma le strettoie no, solo per 2, e non sempre... ci aspetta un bel pezzo di meandro che mi distrugge; mi incastro con la bombola, il discensore, con il sacco che non riesco a trascinare e necessariamente devo spingere avanti.
Passiamo la "cassa da morto" e raggiungiamo l'"88": come prima, frazionamenti, ma finalmente posso mollare uno dei budelli di carburo... la schiena ringrazia!
Mi fermo per leggere la lapide e fare una preghiera per la "Gazzella degli abissi", è precipitata qui nel '64.
Proseguiamo, gli altri arrivano e noi dobbiamo lasciargli spazio.
Giungo alla sala Cargnel dopo aver percorso un tratto di meandro piuttosto lungo e stretto; qui scarico i budelli di carburo rimasti in un angolo e pranziamo (?). Siamo entrati alle 13 e dopo 3 ore e mezza ci troviamo a -370.

Divoriamo con avidità, cioccolata, biscotti e panini, Francesca pure un'intera scatola di sgombro. Ha del fisico la ragazza, non solo per la sua indubbia grazia femminile, ma anche perché ha finito il corso d'introduzione alla speleologia solo due settimane fa e già affronta senza fatica, nell'ordine, un mito come la Preta ed un mattone come lo sgombro a questa profondità!
Fossimo stati nel gesso qualcuno avrebbe tirato fuori pentole, fornellini, spaghetti, salame, formaggio, la cuccuma per il caffè, bottiglioni di vino e bombardino, ma questa è la Preta e credo che se non la rispetti, poi non sarà benevola con te.
Rimanere fermi ci fa recuperare dalla fatica, ma il sudore comincia a raffreddarsi e ad infreddolirci; è ora di ripartire.
Nell'"88" c'è solo una corda e per non fare la fila inutilmente Gianluca ed io decidiamo di andare ancora un po'avanti... chissà quando potremo tornarci, meglio approfittarne ora.
Cunicolo, calata e siamo alla sala Paradiso: una bella concrezione ne spiega il nome, o forse lo giustifica il fatto che qui giunge dagli ambienti profondi il meandro che necessariamente bisogna percorrere per proseguire e che mi descrivono micidiale, una fessura non estrema, ma estremamente faticosa, lunga 90 metri.
Qualche foto ed inizia la risalita.

Raggiungiamo i tre Veronesi all'"88", tempismo quasi perfetto, e possiamo subito partire.
Perdo contatto con Gianluca, ma è indietro con Monica, che conosce la strada; io seguo il suono delle voci di Francesca e Valeriano.
Alla base del "108" incrocio la squadra delle riprese che sta scendendo e "per forza o per amore" la risalita si interrompe.
Stiamo lì quasi un'ora; se ho contato bene siamo 21, numeri enormi per grotte di questo tipo, ma il lavoro che devono fare li richiede: hanno illuminato tutto il pozzo e filmato varie persone che salgono e scendono... probabilmente sarebbe stato stupendo essere lì in quel momento.
Parto, poi sento la voce di Gianluca che arriva da sotto; io sono stanco, faccio fatica a passare i numerosi frazionamenti, mi sono liberato del carburo, ma in un impeto d'insensata generosità ho avuto l'idea di offrirmi per portare fuori una delle batterie esauste che avevano usato per i filmati, pensavo si trattasse di una Duracell, una pila, insomma, magari anche piccolina, e invece mi hanno rifilato un cubo di almeno un paio di chili!
Procedo lento e Gianluca quasi mi raggiunge. Lo aspetto, ha perso la bottiglia d'acqua del budello e non beve da un paio d'ore... meglio, così gli rifilo la mia e per me sarà peso in meno da portare su!
Supero volando i saltelli che mi separano dall'ultima agognata verticale, il "131".

Quando arrivo alla base vedo appesi ad una ventina di metri d'altezza Francesca e Valeriano; mi torna in mente che per risalire con calma ci vuole un’oretta, così mi allongio al corrimano, mi stendo e mi copro con il telo termico, e quasi addormentandomi attendo che si liberino le corde.
Riesco a riposarmi a sufficienza e a trovare la giusta concentrazione per affrontare il baratro che mi sovrasta; quando tocca a noi non esito a prendere la corda e comincio a "pompare" a vuoto: l'elasticità delle corde da speleologia non è elevata, dal 5 all'8%, ma su oltre cento metri significa molto.
L'orologio segna le 8.24 di sabato sera quando mi stacco dal suolo; respiro a fondo quell'aria piacevole, la luce risplende dal piccolo foro sulle nostre teste, i gracchi hanno smesso di far cadere i sassi che durante la salita di chi ci ha preceduto creavano una melodia, come quella di uno xilofono suonato con una lentezza estrema.
Mentre alterno gambe e braccia i bloccanti fanno il loro dovere, mi sento bene e decido di salire con convinzione, senza risparmiarmi troppo. Già dopo poche pompate mi alzo rispetto a Gianluca e gli dico che continuo; lui si accerta che io sappia di dovermi fermare prima dell'inghiottitoio per non scaricargli addosso pietre.
La corda diventa una fisarmonica, sale e scende con i miei movimenti, io ne prendo il ritmo e salgo quando lei si ritrae verso l'alto, come un musicista prende il tempo di colui che dirige; se fatto correttamente si risparmia molta fatica.
Porto in su la maniglia, non voglio perdere centimetri con nessun passo. Mi fermo poco, solo per guardare sopra e sotto: non riesco a valutare a che punto sono, mi sembra di non salire mai.
Poi mi concentro, osservo lo scorrere dei bloccanti e valuto di quanto la corda ancora si estende e contrae. Quando l'elastico quasi si annulla capisco che sto arrivando.
Alle 8.50 mi allongio al frazionamento, solo 26 minuti, sono soddisfattissimo di me stesso, ed anche molto stanco. Guardo giù, Gianluca è lontano, qualche parola, "sono arrivato, ti aspetto".
Incastro le braccia avvolgendole alle corde, il torpore mi avvolge la mente, i muscoli si riposano e in un insolito dormiveglia mi lascio cullare appeso ad una corda sopra a oltre cento metri d'altezza, sotto solo il vuoto.
Ogni tanto gli occhi scrutano verso il fondo e riconoscono la fiammella del mio compagno, qualche parola d'incoraggiamento e poi nuovamente il buio.
Mi raggiunge dopo una ventina di minuti, nel tempo che aveva stimato d'impiegare.
Siamo fuori; vengono a salutarci Fra' e Val' che stanno per andare via. Li ringraziamo e promettiamo di rivederci.
Ci stendiamo sull'erba, ci abbandoniamo un poco alla pace di quel luogo.
Questa giornata verrà conservata nella mia mente tra quelle irripetibili; spero di tornarci alla Preta, e spero di "conquistare" qualche altro pozzo, ma difficilmente riuscirò a sentirmi così soddisfatto."

Gabriele - jnn
Foto jnn