Il tuo futuro è sottoterra?!?

Per ora bastano 79 ore sottoterra!

Ormai la frase che distingue lo Speleo club Forlì è “il tuo futuro è sottoterra”

Personalmente sottoterra ci sono stato 79 ore, e direi che sono sufficienti!

Antefatto: ad inizio anno viene diffuso il calendario dei corsi della Scuola Nazionale di Speleologia e subito mi salta all’occhio un corso per aggiornamento istruttori che sarà organizzato in settembre alla Spluga della Preta. Previste 80 ore di permanenza in grotta usufruendo del bivacco “Hotel Vecio Trippa” a -700 ; da qui poi si sarebbe raggiunto il fondo e altri rami in fase di esplorazione, così diceva il volantino.

Ero stato in Preta già due volte, ma l’idea di poter partecipare ad una punta del genere mi allettava proprio, e poi la possibilità di poter raggiungere Sala Nera (-800). La mitica Sala Nera della mitica Spluga della Preta!

Fatto sta che a giugno prendo già le ferie per quei giorni.

Parto, mercoledì mattina 24 settembre, appuntamento al solito bar “Ombra” a Fosse. A breve arrivano anche gli altri partecipanti. Pascal e Giovanni da Pisa, Franz (il Micio), Linus ed il Dott. Vezzoli da Trieste, e da Padova il direttore del corso Ciccio con il suo assistente Cristiano.

L’ingresso è previsto per le ore 18.00, ci prepariamo con calma. Non nego una leggera tensione, fino ad ora la mia permanenza in grotta non si è mai protratta oltre le 15 ore e la profondità massima raggiunta fino ad allora era stata di quasi 500 m, ma questo non mi spaventa tanto, sono più preoccupato per la risalita.

Nel sacco personale dovrei aver tutto: sacco a pelo, calzini di ricambio, una giaccone, guanti e berretta. Faccio la scelta sbagliata, che pagherò poi in seguito, di non portare il poncho per le soste. 

Il cibo, per la maggiore buste di liofilizzati lo suddividiamo tra i vari sacchi personali.

Ed ecco invece la prima sorpresa spiacevole…come detto dagli organizzatori, ci sarebbe dovuta essere una squadra di supporto per portare il materiale tecnico giù al campo, ma la suddetta squadra di speleo-portatori Sherpa ha dato buca, quindi ci ritroviamo in otto persone con dodici sacchi belli paffutelli, con tanto di ferraglia tecnica varia, trapano e batterie, fortunatamente queste ultime ultraleggere! Guarda caso, il sacco con la ferraglia tocca a me!

Come da programma si entra alle 18.00 in punto, io e Pascal scendiamo per ultimi, dopo aver udito il fatidico LI-BE-RA! dalla base del pozzo iniziale. Il discensore fuma ed in pochi minuti siamo giù anche noi. E subito inizia la sequenza di pozzo-meandro-saltino-meandro-pozzo-meandro…

Fino a sala Paradiso la progressione è piuttosto facile senza intoppi ed inizia subito il bello! Primo impatto con la famigerata Fessura da 90, dove i primi 4 del gruppo ci distaccano quanto basta per non sentirli più ed essere fuori portata di voce, andiamo avanti procedendo nella fessura, più scomoda che stretta, troviamo una freccia fossa che indica un passaggio a sinistra, e dopo qualche decina di metri ci troviamo in un meandro che sta diventando quasi impraticabile. L’aria è ormai satura di vapore, si fatica quasi a vedere, è evidente che ci siamo infilati nella via sbagliata. Siamo io, Franz, Linus e Pascal. Iniziano le imprecazione nei rispettivi dialetti: Romagnolo, Triestino e Toscano. Pascal poi torna indietro sui nostri passi, fino a raggiungere il gruppo avanti e poi chiamare noi. Ha lasciato il suo sacco, ne ho già due appresso, portarne tre in fessura sarà solo che peggio!! Almeno un’ora abbondate viene così persa. Si suda e si arranca nel meandro poi Sala Boegan, si respira! Fortunatamente nei meandri e pozzi successivi, lo scorrimento di acqua è minimo, sul pozzo Torino facciamo anche a meno di usare la teleferica guida per discendere fuori dalla cascata.

Pozzo Bologna, la corda scorre a scatti nel discensore, ho le braccia stanche, non mi godo di certo la discesa. Piccola risalita e mi trovo già davanti all’ingresso dell’Hotel Vecio Trippa! Le fatiche per oggi son finite, sono quasi le 5.00 del giovedì mattina. Finalmente mi posso togliere l’imbrago, la tuta umida, e godermi il tepore del bivacco. Intanto sui fornellini a gas son già in cottura nientemeno che dei tortellini in brodo! Siamo arrivati a circa 700 metri di profondità, e la sensazione di trovarmi a questa quota, sinceramente, per me, non è stata poi così diversa che essere al Buco Noce (facciamo l’abisso Fantini dai…) Sono comunque avvolto dalla roccia della Madre Terra, la temperatura di circa 7°C non è poi così malvagia, certo, sono dentro la Spluga, dove ogni pozzo o meandro avrebbe tante storie da raccontare, dai pionieri delle esplorazioni degli anni ’60 fino agli speleologi di questi anni, ma mi sento bene. Ammaccato, stanco ed affamato, ma mi sento soddisfatto.

Dopo la “cena” coi tortellini ci chiudiamo nei sacchi a pelo, nel giro di pochi secondi tutti già in sonno profondo!

La sveglia suona alle 15.00 di quello che dovrebbe essere il giovedì pomeriggio, si mangia nuovamente qualcosa di caldo, ora non ha già più senso distinguere i pasti tra colazione, pranzo e cena. Ogni riferimento temporale è saltato e l’unico legame che abbiamo con il mondo esterno è un orologio. Si riparte, alle 18.00 pronti per raggiungere il fondo! Le corde sono già qui al campo, la parte terminale della grotta è stata disarmata dalla Compagnia del Budello qualche settimana fa. Infatti al campo base è rimasto anche un sacco marchiato SCF.

Durante la discesa miglioriamo ed aggiungiamo diversi ancoraggi, utilizzando sia spit che fix. Un traverso viene messo in sicurezza, doppiati alcuni armi, sostituiti ancoraggi fatti con vecchi chiodi da fessura. Siamo sul pozzo Pasini. Sala Nera è laggiù. Dal fondo il Dott. Viezzoli chiede: “Micio! Hai tu la macchina fotografica vero?!”

Sguardo tra lo spaventato ed il disperato del Micio (Franz) che con la coda tra le gambe torna mesto mesto lesto lesto nel punto dove avevamo fatto una sosta precedentemente in un vecchio bivacco lungo il Canyon Verde. Micio e Linus saranno di ritorno, con l’unica macchina fotografica, dopo una quarantina di minuti. Scendo anch’io in sala Nera. E qui però l’emozione si fa sentire. Alle pareti tantissime scritte, a testimonianza di un semplice passaggio con un nome lasciato scritto, oppure l’impresa di un gruppo di amici che hanno lasciato tanto di targhetta dorata ed un papero di peluche, fino alla prima scritta, le sigle di due gruppi speleo, l’anno, 1963, fatte da Ribaldone e Pasini, i primi a mettere piede su questo fondo.

Solite foto di rito, il fondo della Preta non è cosa che, almeno io, farò forse altre volte, ed è bene immortalarlo! Mi sento soddisfatto, ho raggiunto uno degli obbiettivi della mia “vita speleologica” mi ero prefissato di realizzare prima o poi.

Dobbiamo iniziare a risalire, si disarma nuovamente tutto, ultimi lavori agli armi, si rinnovano gli ancoraggi della teleferica del pozzo Ribaldone. Qui è indispensabile utilizzarla, l’alternativa sarebbe una progressione sotto cascata.

Alle 6.00 del venerdì, quando fuori il sole spunta all’orizzonte, arriviamo al bivacco. Le scorte di cibo sono abbondanti, con tanto di piadine, speck…ci facciamo un bel risotto ai porcini liofilizzati!

Intanto dal Ciccio, il direttore del corso, sentiamo dire una cosa moooolto brutta: “ora dormiamo qualche ora, andiamo a vedere alcuni rami nella zona del Vecio Trippa!”

Ammutinamento. Si sentono mugolii di disappunto, cigolii di articolazioni indolenzite e doloranti, chi è preoccupato per la risalita di sabato e vuole recuperare le forze. Neppure io me la sono sentita di  andare, il calduccio del sacco a pelo tirava troppo!!

Fatto sta che solo Ciccio e Cristiano vanno, queste sono vere e proprie bestie da Preta. Intanto, le restanti ore del venerdì scorrono veloci, le dormiamo quasi tutte, alternate da frugali spuntini, poche parole scambiate. Per passare il tempo, mentre gli altri si sono appisolati, ne approfitto per fare un giretto alla base del pozzo Bologna per cercare un bagno, lavare le stoviglie nella pozza sotto la cascata e fare rifornimento di acqua per il bivacco. La tanica è forata, me ne accorgo sono una volta tornato al campo che ho seminato per strada almeno una metà dei 15 litri raccolti!

Tutti dormono, mi metto nel sacco, stranamente è più scomodo del solito, realizzo che sotto di me non c’è il dormiben. Dormiben, che ben ben sopra non ci dormi per niente ben, ma quanto basta per non sentire la roccia puntare nelle costole.

Arriva anche il sabato mattina, riordinato tutto il materiale, si riassetta il bivacco, decidiamo comunque di lasciare li i sacchi con il materiale tecnico, il cibo liofilizzato rimasto e alcune corde. Sappiamo che dovremmo incontrare altri speleo a breve per venirci in aiuto appunto con il trasporto dei sacchi. Alle 10.00 inizia la risalita, io e Cristiano siamo gli ultimi del gruppo.

La prima risalita, pozzo Bologna me la vedo già male, faccio fatica, e questo mi demoralizza un po’, considerando che la serie di pozzi da superare è piuttosto lunga! Ma poi i muscoli si scaldano, abbiamo con noi solo un sacco a testa, piuttosto leggero, i pozzi successivi li affronto decisamente meglio e più spedito. Le uscite dei pozzi sono quasi tutte poco comode, tutte in meandro, cerco di fare la massima attenzione nei passaggi sospesi o nelle contrapposizioni, sia mai che la stanchezza giochi qualche brutto scherzo.

Generalmente procediamo piuttosto spediti, divisi in due gruppi di quattro, leggermente distanziati per ridurre al minimo i tempi di attesa sotto ai pozzi.

La risalita per il momento la sento quasi più facile della discesa, oltre al carico più leggero, mi sembra che anche tecnicamente sia più agevole, a parte il fatto che durante un passaggio in meandro, invece di risalire, mi ritrovo incastrato nella parte più bassa, a mollo nell’acqua, e sono ancora sotto al pozzo del Chiodo. La squadra di supporto ancora non si vede, ci incontreremo poco dopo. Volti conosciuti, Francesco Sauro, Giorgio di Verona ed altri quattro, diversi altri sarebbero dovuti esserci, loro sono diretti per rilevare alcuni rami nuovi scoperti recentemente. Capiamo che i nostri sacchi li porteremo fuori da soli! Continua la risalita, finché rimango in movimento mi riscaldo.

Pozzo Chiodo, il passaggio della Botola, sala Serpente…la fessura da 90, memori dell’errore fatto all’andata, stiamo ben accorti a non seguire la freccia rossa, ma come punto di riferimento ci dicono che dobbiamo seguire il percorso indicato da una forchetta di plastica, rossa pure quella, che troveremo alla nostra sinistra. Detto e fatto, si arriva finalmente in sala Paradiso. E qui ho potuto finalmente provato la sensazione di cosa significa arrivare qui. Non a caso si chiama sala Paradiso. Le fatiche maggiori qui son finite. Finiti i meandri ostili e scomodi. Rimane solo un breve laminatoio e gli ultimi tre pozzi. Sucai, Cabianca e De Battisti. E qui iniziano le attese. I due gruppi si ricompattano, ho gambe e braccia bagnate, inizio a sentire il freddo. Pascal mi cede il suo poncho, in quanto lui si avvia subito verso l’uscita, quasi in testa al gruppo, e a lui aspettano brevi attese. Approfittiamo di questa attese per rifocillarci. Sarà pure buona, ma divorarsi una mortadella in quattro non è poi la cosa migliore da farsi prima di affrontare l’ultimo tiro di corda da 110 metri .

Diciamo che non è di rapida digestione…comunque tutto ok!

L’ultima fatica, si respira già un’aria diversa, più fresca, l’aria del mondo esterno. Attacco i bloccanti e si inizia a pedalare. Odio l’elastico della corda. Faccio frequenti e brevissime soste, si chiacchiera di storie di grotta, di Preta e di conoscenti vari con Cristiano, che risale sulla corda parallela. Lentamente l’effetto elastico diminuisce sempre più, svegliamo i gracchi che dormono sulle pareti del pozzo, si intravede il cielo stellato! E siamo fuori in 36 minuti, sinceramente pensavo di impiegarci molto più tempo! È la 1.00 dei domenica mattina, in malga gli altri ragazzi hanno acceso il fuoco nel camino, e si stappa subito una bottiglia di buon Sangiovese per brindare!

Finalmente ci si può togliere gli indumenti fradici e soprattutto poco profumati. Si contano i lividi, chi ne ha di più, chi ha quello più nero. Ultima notte sui monti Lessini, decido di dormire in auto, il sedile posteriore sarà senza dubbio più caldo e morbido di qualsiasi dormiben! Ore dopo, vengo svegliato dalla luce del sole, dimenticata da quasi ottanta ore passate in Spluga.