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Attorno al monte Tiscali (Supramonte)
Il sentiero: ponte sa Barva (valle
di Oddoene) - doloverre de Surtana - dolina e ruderi del villaggio nuragico
di Tiscali - creste del monte Tiscali - doloverre de Surtana - ponte sa
Barva (Nu)
note: il percorso è piuttosto vario;
inizialmente si cammina su un semplice sentiero battuto in un vallone,
quindi lungo una cresta rocciosa fratturata, infine su lievi tracce in
un facile canalone dove occorre però senso di orientamento
miei dati: in tutto: 6h 00'; dislivello: 650 m
miei commenti: escursione facile fino al villaggio nuragico,
poi impegnativa, di eccezionale interesse
consigli: il sentiero è perfettamente riconoscibile
solo fino al villaggio; la cresta rocciosa è spezzata da un salto
che costringe a calarsi in doppia o a tornare indietro per cercare un
passaggio più in basso; è necessario avere un poco di esperienza
in quanto in posti come questo non è facile perdersi... è
normale! L'esperienza, appunto, la tranquillità, le capacità
di orientarsi e riconoscere i particolari, una buona cartina ed un'adeguata
scorta d'acqua sono a mio parere fondamentali: se ritenete che una delle
cose elencate vi manchi, fermatevi alla meta principale; panorama ed ambiente
sono strepitosi, dolina e ruderi sono magici
Si giunge al punto di partenza lasciando la circonvalazione bassa di
Dorgali per scendere nella valle di Oddoene, oppure (noi abbiamo sempre
fatto questo secondo percorso) superando sull'Orientale Sarda la deviazione
a sinistra per Cala Gonone e prendendone poco dopo una a destra che perde
rapidamente quota e presto va ad immettersi nella strada che arriva dal
paese (tenere la sinistra).
Vi sono un po' ovunque cartelli indicatori: utili quelli per Tiscali,
o villaggio nuragico, o gola de Gorropu; in ogni caso occorre restare
a destra nel successivo bivio (il solo in cui ci si può confondere),
rasentare la pittoresca chiesa campestre di Nostra Signora del Buon Cammino
e parcheggiare quando l'asfalto finisce, nei pressi di una brusca curva
a destra.
In realtà si potrebbe continuare in auto fin quasi al riu Flumineddu,
ma non ha senso visto che il ponte in cemento che permetteva di oltrepassarlo
si trova alcune decine di metri più a valle nel greto del fiume,
sradicato e gettato laggiù due mesi fa da una terrificante ondata
di piena.
Utilizziamo una passerella pedonale e siamo sull'altra sponda; ignoriamo
la sterrara a sinistra che porta verso l'imbocco della gola de Gorropu
(1h30', facile, poi dipende dal punto in cui si vuole arrivare nel canyon)
e seguiamo quella in piano a destra fino all'evidente sentiero che punta
decisamente la scala de Surtana (a sinistra, cartello).
Il doloverre de Surtana è un gioiello naturale, un vallone scavato
nel più bel calcare della Sardegna, fra strepitose pareti rocciose,
guglie e pilastri con decine di vie classiche e sportive; lo percorriamo
interamente ignorando la traccia a sinistra per il campo Donanigoro (al ritorno sbucheremo da qua) e mirando poi la valle
di Lanaitto (nord), in ripida e breve discesa.
Ancora qualche minuto di cammino e troviamo la deviazione a sinistra (cartello)
che permette di risalire lo scosceso versante orientale del monte Tiscali.
Il sentiero è sempre riconoscibile e serve solo un poco di attenzione
nei tratti scoscesi; occorre però tenere presente che a due passi,
ovunque, visibili o nascosti da un cespuglio, salti e precipizi si sprecano
(occhio ai bambini!).
Al termine della salita lasciamo a sinistra il varco d'accesso alla dolina
e ai ruderi del villaggio nuragico (per la descrizione della visita al
sito vedi sotto).
Mantenendoci a destra attraversiamo un'incredibile distesa di "karren",
o "campi solcati" (fenomeno carsico superficiale) per andare
ad affacciarci sull'orlo superiore dell'immensa caverna sfondata che proteggeva
l'insediamento ed i suoi rustici abitanti; lo spettacolo che abbiamo davanti
è indescrivibile: la base è a decine di metri da noi, le
pareti strapiombano e sotto abbiamo il vuoto, un enorme monolite inclinato
è ciò che resta del tetto precipitato e paiono sostenerlo
solo i grandi alberi cresciuti all'interno della voragine.
Proseguiamo fino a trovarci su una grande, caratteristica cengia; superiamo
arrampicando per qualche metro la paretina rocciosa che la delimita a
sinistra e saliamo lungo la larga cresta in direzione sud.
Il panorama è strepitoso, circolare: a nord si stende la valle
di Lanaitto delimitata da poderose e selvagge montagne, ad ovest distinguo
le grandi cime del Supramonte di Oliena, ad est le rocce del doloverre
e la lunga catena dalle bianche falesie che vedo partire là in
fondo da Dorgali e so andrà a precipitare nella codula de Luna,
a sud riconosco le pendici del monte Oddeu e... niente sotto i piedi,
perchè siamo su un cucuzzolo che improvvisamente termina!
Studiamo la situazione: bisogna calarsi per 15/20 metri, ma io ho lasciato
corde e attrezzatura in campeggio; si può solo retrocedere. Ci
manteniamo il più possibile a sinistra nella speranza di individuare
un passaggio affrontabile in libera.
Mi accorgo di essere su un alto sperone carcareo ed anche la discesa in
un canaletto risulta inutile perchè mi porta semplicemente ad un
terrazzo isolato poco più in basso.
Siamo obbligati a tornare alla cengia.
La seguiamo interamente, poi oltrepassiamo una caratteristica fenditura
formata da un enorme masso staccato dal corpo centrale del monte. Considerato
che fino a poco tempo fa questo era l'unico sentiero per giungere quassù,
posso immaginare che una simile strettoia fosse una vera e propria trappola
per chi avesse cercato di arrivare al villaggio senza permesso.
Conosco la zona, ci sono venuto un annetto fa, per cui evito la traccia
che scende ripidamente a destra (scoscesa, segnata, porta ad uno spiazzo-parcheggio
all'estremo sud della valle di Lanaitto, dal quale si può tornare
al doloverre de Surtana ed eventualmente chiudere un percorso circolare)
e guadagno quota a sinistra costeggiando la strapiombante parete rocciosa.
I segnavia sono rari, ma la presenza di qualche ometto, il terreno calpestato
ed il fatto di ritrovarsi più avanti ancora in cresta, aldilà
del picco calcareo che ci aveva costretto alla resa, facilitano l'individuazione
della giusta direzione.
Restiamo sul crinale e tocchiamo quella che dovrebbe essere la vetta
del monte Tiscali.
Voltandoci abbiamo una bella vista dell'altra cima; forse sarebbe stato
possibile scendere lungo lo sperone a destra, ma sicuramente sarebbe stata
un'idiozia provarci senza conoscerne altezza e passaggi in roccia, e soprattutto
senza la garanzia di una corda di sicura, per cui mi metto il cuore in
pace e concludo che una volta tanto sono riuscito a far prevalere il pacato
senso di responsabilità sul febbrile spirito di avventura... non
è vero, sono così coglione che probabilmente almeno un tentativo
l'avrei fatto, rimanendo magari incrodato in parete, ed ho rinunciato
solo grazie alla presenza del paziente e giudizioso Dentino, futuro padre
che in ogni caso non mi avrebbe seguito!
Con blandi saliscendi arriviamo ad una selletta; qui, col senno di poi,
mi rendo conto che avevamo davanti tre possibilità: 1) via giusta:
continuare mantenendo la direzione e superando una caratteristica parete
rocciosa raggiungere il falsopiano in cui avremmo trovato a sinistra il
sentiero proveniente dal doloverre (quello indicato sopra, a inizio relazione,
per il campo Donanigoro);
2) via più complessa: scendere nella valle a sinistra, apparentemente
verso il doloverre, restando però sul versante destro per riuscire
ad immettersi nello stesso sentiero; 3) via sbagliata, anche se non "drammaticamente":
come la seconda, ma evitando l'accortezza di selezionare il versante e
optando invece per un'evidente traccia che finirà troppo a sinistra,
si affievolirà, si confonderà con altre e sparirà.
Abbiamo scelto la terza!
In pratica siamo rimasti troppo attaccati al monte Tiscali, in un vallone
detritico a fianco delle sue scarpate orientali.
Fino al punto in cui il percorso è battuto (... da chi?) la discesa
è tranquilla, ma dopo diventa difficile proseguire soprattutto
a causa della vegetazione estremamente intricata.
L'ambiente è bello, selvaggio, intatto, duro come le pietre che
abbiamo attorno, aspro come le piante che non ci fanno passare, e qualche
dubbio comincia ad assalirmi, il campanellino che a volte mi trilla in
testa quando sono in montagna e mi accorgo che non tutto è sotto
controllo sta lanciando preoccupanti segnali: la bussola non può
sbagliare, la direzione è giusta, eppure non siamo nel punto in
cui mi aspettavo, e le pareti davanti, che usiamo come riferimento, verso
cui tentiamo di andare, sono in realtà diverse da quelle che ero
convinto di trovarmi di fronte al ritorno... poi, finalmente, alcune voci
ci indicano che siamo a poche decine di metri dagli escursionisti che
stanno salendo verso il villaggio nuragico.
Decidiamo di restare su una crestina rocciosa che ci permette di evitare
parte dei micidiali cespuglioni ed in breve ci immettiamo nel sentiero
conosciuto: a sinistra si va al sito archeologico, a destra si torna al
doloverre de Surtana e a casa.
Ci vuole quasi un quarto d'ora di cammino per giungere al punto in cui
avevo progettato di scendere, nettamente più ad est, e tuttora,
carte alla mano, non riesco a capire come sia stato possibile sbagliare
di tanto.
I luoghi:
Monte Tiscali: ruderi del villaggio nuragico
di Tiscali (Nu)
Il luogo non ha una grande importanza archeologica, ma la bellezza, la
suggestione, l'unicità, l'eccezionale interesse naturalistico lo
rendono uno dei posti più belli della Sardegna.
Il sentiero per il sito è descritto sopra; un altro si stacca dallo
spiazzo dove si può lasciare l'auto all'estremo sud della valle
di Lanaitto: si segue la sterrata in salita lungo il versante ovest del
monte, procedendo parallelamente alle pareti rocciose che si scorgono
a sinistra in alto, fino ad incontrare una traccia segnalata, a tratti
piuttosto ripida e dirupata, che ne raggiunge la base. Una caratteristica
fenditura nella roccia permette di accedere a sinistra (dritto si va verso
il campo Donanigoro) alla grande cengia percorrendo la quale, oramai in
piano, si arriva nei pressi dell'incredibile dolina che protegge i resti
del villaggio (1h10', 400m di dislivello).
All'ingresso ci accoglie uno dei custodi che ci racconta la storia del
sito. Occorre pagare un biglietto, strano qua sopra, così lontano
dalla civiltà, ma giusto, utile per garantire un'equilibrata fruibilità
ed una fondamentale protezione di queste povere, eppure preziose pietre
e di questi immensi alberi multisecolari, contorti, striscianti, mutati
dalle peculiarità ambientali del profondo cratere in cui sono cresciuti.
La visita si svolge lungo un percorso circolare che permette di apprezzare
i resti del villaggio, oramai ridotto ad una serie di cumuli di macerie
dagli scavatori clandestini, insensati cercatori di inesistenti tesori,
e le dimensioni dell'antro che ha provato a proteggerlo, quelle delle
grandi pareti strapiombanti che fino a quasi un secolo fa erano riuscite
a nasconderlo agli occhi ed alla mente ottusa di chi poi l'ha distrutto.
Restano le descrizioni di coloro che videro integro questo luogo straordinario,
le vecchie foto, qualche muro ed il fascino, la suggestione, la magia
di questi spazi, tanto forte da ricreare davanti ai nostri occhi, una
dopo l'altra, tutte le costruzioni, i recinti, le vasche per recuperare
l'acqua preziosa che filtra goccia a goccia dalla roccia, e gli animali,
gli abitanti stessi.
Le capanne erano edificate con pietre di piccole dimensioni legate con
malta di fango, avevano pareti sottili, interni modesti, erano poveri
rifugi che neppure lontanamente ambivano alla grandiosità delle
fortezze sarde che le avevano precedute; risalgono infatti, probabilmente,
al periodo tardo della civiltà nuragica, quello in cui i potenti
costruttori di torri erano scomparsi e l'invasione romana costrinse la
parte più fiera della popolazione a ritirarsi in posti sempre più
lontani, selvaggi, difficili da raggiungere, proprio come questo, dal
quale si riusciva a controllare l'intera valle di Lanaitto, dove si potevano
nascondere i propri familiari, le proprie greggi, si poteva mantenere
la propria libertà, ma ad un prezzo altissimo perchè la
vita quassù era certamente durissima, perchè l'ambiente
è tanto suggestivo per noi che lo visitiamo quanto doveva essere
aspro e inospitale per coloro che erano obbligati ad abitarci.
Rinunciate ad un giorno di mare, sudate per un'oretta su questi impervi
sentieri perchè nella dolina di Tiscali si respira la stessa aria
di Petra, dei Sassi di Matera, dei villaggi maya abbandonati nella giungla,
si percepisce la stessa malinconia provata assistendo alla irrimediabile
distruzione dei grandi Buddha afgani, una delicata tristezza che rende
più sensibili, e più ricchi.
jnn
Foto Gian Luca L - jnn
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