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Il pozzo Yorik, il pozzo delle
Creste ed altre grotte lungo la cresta sud del monte su Nercone
Qualche giorno prima avevo percorso interamente le belle creste rocciose
che caratterizzano il monte su
Nercone ed almeno un paio di volte avevo rischiato di precipitare
in pozzi che improvvisamente mi erano apparsi davanti lungo il cammino.
Uno in particolare mi aveva impressionato per l'ampiezza dell'ingresso,
un paio di metri di diametro, e la notevole profondità, valutata
(sasso e contasecondi...) attorno ai 30 metri.
Ero lì solo per camminare, toccare qualche cima e raggiungere uno spettacolare
belvedere sulla gola de Gorropu, ma una micidiale speleo-curiosità
e la presenza di simili voragini mi avevano portato ad aumentare l'attenzione;
pur mantenendomi sull'itinerario programmato senza alcuna deviazione,
alla fine della giornata avevo individuato una decina di buchi più
o meno interessanti.
Passi successivi: contattare Gianfranco dello Speleo Club Oliena per ottenere
qualche consiglio ed un paio di carte dettagliate, consultare poi il catasto
delle grotte sarde cercando di dare un significato ai dati che avevo ricavato
ed attendere infine l'arrivo di Dentino per catapultarsi là sopra
con corde, moschi e spit.
Ed ecco finalmente giunto il momento: un ultimo controllo al contenuto
dei sacchi e partiamo. Una mezz'oretta e siamo alla genna Croce, quindi
al planu Campu Oddeu; passiamo oltre e ci fermiamo nel punto che avevo
in precedenza individuato dall'alto, proprio sotto la scala Ortorani:
200 metri di dislivello e saremmo stati sulla cresta, a qualche minuto
dal primo pozzetto.
Ci accoglie un branco di ispidi maialotti; sono simpatici ed hanno uno
sguardo particolarmente sveglio... forse troppo, come il loro appetito,
e conviene tenerli a distanza (non sono cattivi, ma mordono tutto ciò
che reputano commestibile, esseri umani compresi!).
Il primo buco ha l'aspetto di un crepaccio e si trova più o meno
a quota 1170, a sud della cima posta fra la scala Dorghivè e la
scala Ortorani. Risulterà profondo 4 metri, lungo 2 e largo mediamente
1, con la base interamente ricoperta di detriti. Da notare la totale mancanza
di tracce di passaggio.
Appena a nord della stessa cima, a quota 1200, ci imbattiamo nella seconda
grotticella: ha un curioso ingresso caratterizzato dalla presenza di un'evidente
clessidra che lo divide in due oblò (una terza apertura è
poco sopra, verso la linea di cresta), ed altrettanto evidente è
il marchietto di vernice rossa che lo segnala come conosciuto.
Un metro sotto si vedono bene la base rocciosa ed il pietrisco che probabilmente
la rende sdrucciolevole: in pratica è un cunicolo inclinato che
cala verso ovest; sistemo una corda e scendo. Pochi metri, un saltino
ed un tappo di detriti. Interessante il fatto che le pareti del pozzetto
sono ricoperte da quella che pare essere una sottile colata... forse meriterebbe
maggiore attenzione la chiusura detritica, ma non è un lavoro nostro,
poi qui è pieno di zanzare, siamo solo in due e so che fuori mi
aspetta qualcosa di ben più eccitante.
Dieci secondi di blando cammino e siamo di fronte ad un pittoresco albero
secco; alla sua base, nascosto da un grosso ramo (un probabile mediocre
tentativo di limitarne la pericolosità) il piccolo imbocco di un
pozzo del quale non riusciamo a vedere il fondo. Si nota bene che giù
l'ambiente diventa più largo, che potrebbe avere la forma di una
bottiglia, e che qualche speleologo lo conosce... maledizione, ancora
un segnetto di vernice rossa!
Nessun problema, non siamo qui per scoprire grotte, ma solo per trovare
il modo di entrare in quelle che casualmente si aprono sotto i nostri
piedi; lego la corda al grande albero e scendo.
Questa è realmente una grotta, piccola magari, ma significativa.
Il salto misura una dozzina di metri e la base, interamente formata da
detriti, è piuttosto ampia, ha una forma vagamente ellittica ed
una larghezza massima di 7/8 metri. In alto vedo filtrare un raggio di
luce; seguendo le mie indicazioni Dentino individua un pertugio a due
passi dall'ingresso principale, poi mi raggiunge; nel frattempo risalgo
uno stretto camino che dopo 4/5 metri diventa impercorribile. Ci guardiamo
attorno abbastanza soddisfatti, e piuttosto confusi, incuriositi, in quanto
non riusciamo a trovare spiegazioni per la formazione di un ambiente di
questo tipo: siamo su una cresta rocciosa, nel punto più alto,
non c'è alcuna traccia di dolina o di qualcosa che indichi lo scorrimento
di un liquido, nè sopra nè sotto, eppure è un bel
bucanone in cui il crollo ha influito come nelle normali grotte carsiche,
quindi è stata proprio l'acqua a crearlo... forse il segreto sta
nell'età, forse è bastata l'umidità per scavare piano
piano, con lentezza esasperante, forse ha contribuito l'acqua piovana
a mantenerla, ristabilendola immancabilmente ad ogni temporale, ed è
stato necessario un numero esagerato di milioni di anni, disponibili quassù
dove nulla poteva disturbare, non la terra, la ghiaia, l'argilla che da
noi tappa tutto, non l'uomo, dove il tempo si misura con parametri diversi,
è dilatato per consentire a queste pietre di diventare le più antiche
d'Europa.
Usciamo.
L'alberaccio secco sarà ancora utile: bastano infatti pochi passi
e siamo sull'orlo di un'impressionante voragine, quella per cui avevo
deciso di tornare su queste creste: ha un'imboccatura circolare di un
paio di metri di diametro scavata in una roccia dall'aspetto abbastanza
compatto, quasi l'avesse prodotta una grande trivella, ed è profonda,
forse 25, o 30 metri.
La voglia di scendere è grande, ma lo è anche il pozzo che
ho davanti: decidiamo di piantare due spit e fare un buon armo principale...
nel dubbio leghiamo il capo della corda anche al grosso tronco!
Monto il discensore e vado. La sensazione è strana, probabilmente
per la forma dell'ingresso. Mi sono calato in baratri che rasentano i
200 metri d'altezza, in verticali incredibili come il 130 della Preta,
eppure questo m'inquieta, forse perchè là sapevo cosa m'aspettava,
forse perchè qui mi pare d'essere nella bocca di un vulcano, in
quella dell'inferno!
Sono in fondo.
Ancora un base di detriti, ancora uno stretto camino parallelo. Grido
il "Libera!" e mi riparo in un cunicolo discendente; m'accorgo
che dopo una curva secca prosegue... in realtà per poco, diventa
basso, fratturato, e mostra evidenti tracce di tentativi di disostruzione.
Retrocedo e raggiungo Dentino che intanto sta cercando di fotografare
l'oblò azzurro che si trova almeno 25 metri sopra le nostre teste;
ha appoggiato la macchina su un masso enorme che non troppo tempo prima
doveva essere incastrato ad una qualche altezza in parete. Guardando attorno
e su non riconosco possibili punti di distacco, ma noto che il pozzo ha
una forma tronco-conica a base ellittica, il chè mi convince che
la nostra teoria sulla formazione di simili spazi vuoti non è poi
così campata in aria.
Un'ultima foto al geotritone padrone di casa e torniamo in superficie.
Dopo una rapida occhiata alle carte e agli appunti che mi sono portato
dietro, ed un raffronto con i dati che approssimativamente ho ricavato,
concludo che la possibilità di aver appena "esplorato"
il pozzo Yorik, profondo 31 metri e con uno sviluppo di 38, è molto
elevata.
Il tempo vola; ne occupiamo una piccola parte mangiando un panino e chiacchierando
con alcuni escursionisti che provengono dalla genna Silana: ci guardano
incuriositi, ci riprendono con apparecchiature di diverso tipo (come noi
col geotritone!!), la loro guida ci chiede notizie sul bucaccio nero dal
quale siamo appena riemersi, poi ci salutano e borbottando proseguono
verso sud.
Raccogliamo le nostre carabattole e raggiungiamo rapidamente la scala
Dorghivè; poco sopra avevo visto uno stretto pertugio ed ora provo
a rintracciarlo. Dentino sale lungo la linea di cresta ed io rimango 20/30
metri più giù. Dai miei appunti ricavo che devo riferirmi
ad un bel leccio dalla caratteristica forma a "fionda", ad un
cespugliotto tipo rosmarino che nasconde in parte l'ingresso, e che devo
mantenermi a quota 1175.
Contemporaneamente ognuno di noi attira l'attenzione dell'altro: è
incredibile, è stato sufficiente guardarsi attorno e di grotticelle
ne abbiamo individuate due, in cinque minuti di cammino, quella che cercavo
e quella che risulterà essere il pozzo delle Creste.
Questi monti, questi valloni, questi pianori hanno buchi ovunque e sono
convinto che non si finirà mai di trovarne di nuovi, anche perchè
la superficie è immensa, in pratica il calcare è ininterrotto
fino ad Oliena, a Dorgali, al mare, ha uno spessore di almeno mille metri,
ed il terreno è selvaggio, difficile da percorrere, da battere
con continuità, mancano i punti di riferimento, spesso anche quelli
d'appoggio, le strade, i sentieri, e le carte sono imprecise, e a destra,
a sinistra, davanti, dietro, a perdita d'occhio vedo solo rocce carsiche
e neppure un torrentello, un rigagnolo... l'acqua, tantissima, è
tutta sotto.
Partiamo dal mio, che pare un crepaccio molto simile a quello già
visitato ad inizio giornata; ed in effetti come il precedente chiude subito:
è profondo 4 metri, ha una base detritica lunga 2 e larga al massimo
meno di 1, ed una forma a tronco di cono piuttosto schiacciato.
Risulta evidente che la maggior parte di questi spazi si differenzia solo
per l'altezza e la tendenza a passare da una base, e sezione del salto,
ellittica (i più piccoli) ad una quasi circolare, si sviluppa prevalentemente
in verticale e si allarga con regolarità andando verso il basso.
Mi piacerebbe poter concludere che tutti hanno origine comune e semplicemente
un tempo di sviluppo differente, ma è solo l'idea fantasiosa di
un dilettante che già domani mattina, arrampicando in spiaggia
a Cala Gonone, si sarà dimenticato delle congetture fatte appena
20 ore prima.
Resta il pozzo delle Creste; il tempo è poco, siamo quasi... già
in ritardo e le donne potrebbero non perdonarci un'attesa troppo lunga
in campeggio, per cui decidiamo di evitare di piantare spit. Alberi attorno
non ve ne sono e optiamo per legare il capo della corda ad un masso lontano,
quello più grande e dall'aspetto più stabile. In realtà
qualche dubbio sull'armo resta e preferisco non entrare fino a quando
Dentino non è nuovamente all'esterno: rimanere entrambi bloccati
là dentro, 10 metri sotto terra, in un luogo dimenticato da Dio
e dagli uomini potrebbe anche significare finire tra 10000 anni esposti
in un museo con la targhetta "i parenti sardi dell'uomo di Similaun"!
La grotticella è bella; assomiglia a quella ai piedi del grande albero
secco, ma ha una base nettamente più piccola. Anche in questa è
presente uno stretto camino laterale che però più in alto
torna ad aprirsi sul pozzo principale. Le pareti sono in parte ricoperte
da sottili colate piuttosto brillanti.
Faccio qualche foto, un disegnuzzo e scappo.
Tornando verso l'auto parliamo degli altri buchi che durante l'escursione
di una settimana prima avevo individuato: il loro aspetto esterno è
praticamente uguale a quello di questi appena visitati, ma in ogni caso
meritano attenzione, specie i due che si trovano a nord del monte su Nercone,
ad una decina di minuti di cammino dalla cima. Purtroppo il mio anticipato
rientro a casa impedirà una seconda battuta in zona.
Non so quando, ma conto di ripassare di là, magari il prossimo
anno, perchè il luogo mi ha stimolato enormemente, perchè
sento ancora oggi, mentre scrivo, il brivido lungo la schiena che ho provato
staccandomi dall'orlo del pozzo più alto, perchè la voragine
Dorghivè (-180) era vicina e non l'ho trovata, perchè la
nurra de su Neulaccoro (-180), un piccolo gioiello naturale, era a 15
minuti da me e non ho avuto il tempo, la forza, la voglia di raggiungerla,
perchè il pozzo Yorik è diventato tale solo quando ho potuto
misurarlo calandomici, e tuttora ho dubbi sulla sua identificazione, perchè
lassù c'è un pezzetto di splendida Sardegna misteriosa che
può regalare a chi sappia apprezzarle infinite, preziose avventure.
jnn
Foto Gian Luca L - jnn
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