Suttaterra de su Predargiu, con lo Speleo Club Oliena ed altri amici di Ozieri

L’ultimo atto speleologico del nostro soggiorno sardo avrebbe (il condizionale troverà spiegazione poi) dovuto essere l'inghiottitoio di Su Clovu.
Il nostro equipaggio era formato da Marco, Pamela, Gianluca, Matteo, Maio, la Gattabuia e Gigi (chi vi scrive).
La nostra guida, ancora una volta, l'impagabile Gianfranco. Insieme a lui, ci hanno accompagnato ragazzi dello Speleo Club Oliena ed altri giunti nel pomeriggio da Ozieri.

Con tutti loro si è instaurato un clima di immediata intesa, forse grazie alla minacciosa ed al contempo rassicurante damigiana di cannonau che fin dalle prime battute è stata distribuita con generosità.

La strada che ci ha portati fino al luogo della grotta da sola è valsa l'intera giornata: ci siamo inerpicati sulle alture del Supramonte, ed in pochi chilometri abbiamo avvistato la maestosa gola di Gorropu e la codula di Luna, che certo avrebbero meritato un'esplorazione approfondita.

Ma la nostra meta era l'inghiottitoio di Su Clovu e non erano ammesse distrazioni, per cui ci siamo inoltrati tra pascoli e animali brucanti di ogni sorta alla ricerca dell'agognato pertugio.
Per la cronaca anche quest'area è meravigliosa, e chi volesse visitare la versione sarda del Serengeti (con maiali allo stato brado al posto delle antilopi) è pregato di recarvisi.

All'arrivo, la sorpresa.
Immaginate di dovervi infilare in esplorazione all'interno del sifone di un lavandino passando per lo scarico. Una sciocchezza per degli speleologi, direte voi. E sbagliereste, perchè ho dimenticato un elemento: il lavandino è pieno d'acqua!!!

Ebbene sì. Sopra la grotta, a causa delle abbondanti piogge, si era formato un vero e proprio lago che scaricava al suo interno, fangoso e gorgogliante per le fuoriuscite d'aria.
Ecco spiegato il condizionale della frase d'esordio: questa grotta la vedremo un'altra volta.

Ma il prode e sapiente Gianfranco aveva una carta di riserva... beh, a dire il vero non deve essere tanto difficile trovare una grotta in una regione il cui suolo ha più buchi che roccia e terreno...
La nostra nuova meta era dunque Suttaterra de su Predargiu, descrittaci come il paradiso delle aragoniti.

Rimontati sui nostri arrancanti veicoli e ri-attraversato il Serengeti sardo ci siamo diretti verso l'imbocco del sentiero che ci avrebbe condotto alla nostra meta. Così anche questa volta, nonostante fossimo partiti ad un orario ragionevole, ci si prospettava un'uscita notturna.

Ad attenderci all'ingresso c'era nuovamente un geotritone, con ogni probabilità lo stesso dell'immensa "voragine Forlì" (visitata qualche giorno prima: "Esplorazione sul monte Tiscali"), il quale deve averci seguito attraversando chilometri di inesplorabili cunicoli sotterranei... o almeno così mi piace pensare!

La grotta era ed è meravigliosa, e le aragoniti sono cristalli calcici davvero sbalorditivi. Non mi dilungo a descrivere quanto visto, perchè le foto possono testimoniare con immediatezza lo spettacolo a cui abbiamo assistito.

Mi vorrei invece soffermare a descrivere il più fantastico speleologo che io abbia mai avuto la fortuna di osservare. Egli non si è distinto tanto per la prestazione in grotta o per sovraumane gesta fisiche, quanto per l'abbigliamento.
Dal basso verso l'alto. Scarpe da lavoro datate e consumate, salopette di plastica da mungitore di pecore, maglione di lana di alcuni decimetri di spessore, spago sfilacciato per reggere la bombola (anch'essa molto etnica), e sotto al casco... una meravigliosa, straripante, rigorosissima, autorevole... coppola!!!

Sotto al casco quest'uomo indossava una coppola. Che mito.
In più con sè ha recato per tutto il tempo una bottiglia di vino, vera protagonista della grotta e sempre al centro dell'attenzione. Tra lui ed il nostro Matteo si è creato un affiatamento che ha rasentato l'omosessualità, e di questo siamo stati tutti gelosissimi: il pittoresco sardo ci aveva tutti stregati.

Una volta usciti da questo sbalorditivo anfratto, i morsi della fame (o erano dolori cirrotici al fegato... mah...) ci hanno condotti al nostro accampamento nelle prossimità di un fiume, dove abbiamo consumato una piacevole cena a base delle innumerevoli versioni di pane sardo, affettati e ovviamente birre e vino.

Già dopo pochi minuti dal nostro insediamento l'area assomigliava ad un degradato campo profughi, e le nostre facce avrebbero confermato questa impressione a chi ci fosse venuto a visitare.

La notte è trascorsa tranquilla, nonostante la densità record che si è creata in una delle tende. Ben cinque in un igloo da 3-4 persone. Il fatto che fossimo tutti stanchi e/o ubriachi ci ha permesso in quello spazio angusto di trovare improbabili (ma efficaci) configurazioni nella disposizione dei nostri corpi, e siamo riusciti tutti a dormire saporitamente.

Michele L
Foto Gabriele - jnn - Marco - Pamela